Child safeguarding cos'è

Il luogo che vogliamo, il mondo che vogliamo

Cos’è il Child Safeguarding? Chi coinvolge e cosa implica? Abbiamo chiesto alle responsabili dell’Area Tutela di EDI (Isabella Tenti, Elisa Vellani) di introdurci ad alcuni concetti e principi chiave legati al tema della tutela.

Perchè parlare di Child Safeguarding?

Elisa Vellani: “Garantire contesti di crescita in grado di tutelare la sicurezza, la dignità e il benessere di bambine, bambini e adolescenti che li abitano è un imperativo morale e sociale di primaria importanza e richiede un approccio integrato che coinvolga istituzioni educative, famiglie, comunità ed istituzioni.”

Qual è la situazione oggi?

Elisa Vellani: “Il rischio di abusi, maltrattamenti e condotte inappropriate è presente in ogni contesto: il Rapporto del CESVI del 2022 parla di un fenomeno che coinvolge 77.493 persone minorenni in Italia di cui il 40,7% sono vittime di più forme di maltrattamento. L’OMS stima che una persona minorenne su due è vittima di maltrattamento a livello globale.
Lavorare per prevenire queste situazioni è essenziale, è un diritto per tutte le persone minorenni ed è un dovere per tutte le organizzazioni che lavorano in loro favore.
Con il termine anglosassone Child Safeguarding si intende proprio la responsabilità di un’organizzazione nel minimizzare il rischio di nuocere, anche involontariamente, e di rispondere in maniera adeguata e tempestiva qualora emergano preoccupazioni o sospetti circa la sicurezza di un o una minorenne o il comportamento di una persona adulta.”

Come nasce il Child Safeguarding?

Elisa Vellani: “Già nei primi anni 2000 sono stati definiti, dall’allora network di organizzazioni umanitarie Keeping Children Safe, i primi standard di Safeguarding, ovvero quei livelli minimi di azioni e procedure che ogni organizzazione dovrebbe metter in campo per garantire una efficace tutela ai bambini e bambine con le quali si entra in contatto.
L’avvio di questa importante riflessione è stato determinato dall’emersione di numerosi casi di abusi e violenze messi in atto da personale umanitario ai danni delle persone (in particolare donne e minorenni) alle quali erano destinati gli aiuti. Ad oggi questi standard minimi sono utilizzati come riferimento e guida a livello internazionale e richiesti come criteri minimi anche per poter accedere alla maggior parte dei fondi europei. Lo sviluppo di policy di tutela più strutturate varia ampiamente, da quei paesi che non lo riconoscono come un problema prioritario da affrontare a quelli che hanno già da tempo messo in atto sistemi globali per proteggere bambine, bambini e adolescenti (ad es. esempio Canada, Australia e Inghilterra).”

Come nasce in EDI il lavoro nel Child Safeguarding?

Elisa Vellani: “Il nostro lavoro in questo ambito, inizia nel 2003 su impulso di Save the Children Italia, che ci affida la formazione sulla propria policy di Child Safeguarding ovvero l’insieme di prassi e procedure volte a prevenire e rispondere a potenziali situazioni di abuso e condotte inappropriate, rivolta a tutto il suo staff e a quello delle varie organizzazioni partner sul territorio nazionale.
Dopo aver costruito e applicato anche al nostro lavoro la nostra policy di child safeguarding abbiamo iniziato a promuovere questa attenzione anche ad altri soggetti come scuole, enti del terzo settore, società sportive, sino alle università dove si formano i futuri professionisti.”

Chi sono gli attori chiave per sensibilizzare su questi temi?

Elisa Vellani: “Negli ultimi anni anche in Italia abbiamo visto come scandali, timori e preoccupazioni relativi al rischio reputazionale hanno agito come fattori chiave per lo sviluppo e la revisione delle politiche e delle pratiche di tutela e per la richieste di adeguamento a criteri minimi da parte di enti donatori.
Il processo messo in atto da questi enti può sicuramente contribuire a garantire un ritmo ed una continuità nella diffusione di sistemi e procedure per la tutela, ma senza una riflessione seria e consapevole da parte di tutte le realtà che lavorano con e per le persone minorenni, rischia di essere un lavoro incentrato in modo eccessivo sulle esigenze dei donatori e delle singole progettualità, perdendo di vista il focus reale, quale appunto la tutela delle persone.”

Quindi restano ancora criticità…

Elisa Vellani: “Si, infatti, nonostante l’impegno profuso da molte organizzazioni, non solo nel dotarsi di una propria policy di tutela ma anche di renderla strumento condiviso, vivo e attuabile, c’è ancora molta strada da fare. Prevenire gli abusi in enti ed organizzazioni infatti richiede non solo prassi e procedure, ma soprattutto leadership, responsabilità e cambiamenti orientati in questo senso. Significa ascoltare bambine, bambini e adolescenti e trasformare l’intero assetto dell’organizzazione per mettere i loro diritti, dignità e sicurezza al centro di ogni decisione.
Significa anche lavorare per per promuovere negli adulti di riferimento una maggiore consapevolezza e un uso corretto e generativo della propria posizione di fiducia e potere. Di per sé sappiamo che il “potere” non è né buono né cattivo e che è un elemento imprescindibile in ogni relazione umana.
Per fare in modo che il potere non si trasformi in violenza e non si orienti dunque in azioni abusanti serve avere consapevolezza del potere che abbiamo o subiamo in una relazione e parlare di responsabilità.
Per questo è importante capire il potere e i diversi modi in cui può influenzare le nostre vite e come il nostro “potere”, in relazione con le persone con cui lavoriamo, sia adulte che minorenni, possa influenzare le loro vite.”

Cos’è un abuso?

Isabella Tenti: “Sappiamo che ogni forma di abuso prende origine da un’asimmetria di potere nella relazione e nell’esercizio scorretto e potenzialmente nocivo di questo potere da parte di chi abusa. L’abuso si configura generalmente perché una persona adulta sta deliberatamente scegliendo di usare la sua posizione fiduciaria contro un o una minorenne, ma può essere anche la conseguenza di azioni o omissioni causate da una mancanza di consapevolezza e formazione. A volte è sufficiente non porre attenzione alle conseguenze delle proprie azioni, non prendere in considerazione potenziali rischi intrinsechi al proprio operato, o permettere che si creino situazioni che possano nuocere o creare danni (non monitorare adeguatamente, non intervenire in caso di rischio) e anche qui vi è un uso non sufficientemente consapevole della propria posizione.”

Come si può agire per prevenirlo?

Isabella Tenti: “Essere consapevoli del potere che inevitabilmente esercitiamo verso beneficiari minorenni e di quello che esercitiamo ed esercitano su di noi colleghi e colleghe o altre figure importanti nel nostro lavoro è un modo per prevenire abusi, maltrattamenti o malpratiche. Perché staremo attenti e ci interrogheremo prima di agire sulle possibili conseguenze di una nostra azione, attività o anche parola o comportamento. Inoltre saremo in grado di dire di no se un coordinatore ci chiede di fare qualcosa che non riteniamo corretto nonostante abbia un “potere” lavorativo più forte del nostro.”

Che ruolo hanno professionisti e professioniste che lavorano a contatto con persone minorenni?

Isabella Tenti: “Come professionisti che lavorano con persone minorenni dobbiamo essere sempre consapevoli del nostro ruolo e del potere che abbiamo nella relazione con bambini, bambine e adolescenti con cui e per cui lavoriamo ma anche delle dinamiche di potere esistenti all’interno della nostra équipe di lavoro (per es. tra coordinamento e formatori/trici) o con il resto dell’organizzazione. Essere consapevoli del potere che inevitabilmente esercitiamo verso beneficiari minorenni e di quello che esercitiamo ed esercitano su di noi colleghi e colleghe o altre figure importanti nel nostro lavoro è un modo per prevenire abusi, maltrattamenti o malpratiche.

Anche le persone minorenni giocano un ruolo nel sistema di tutela?

Elisa Vellani: “In questa prospettiva risulta evidente come sia fondamentale che non solo lo staff e gli adulti siano consapevoli, ma che anche le persone beneficiarie minorenni siano messe a conoscenza, in modo adeguato alla loro età, rispetto a cosa possono aspettarsi dal personale impiegato nel progetto e su come eventualmente segnalare una condotta inappropriata.
Questo per diversi motivi: per contribuire allo sviluppo della consapevolezza dei loro diritti, sia per metterle realmente in grado di segnalare ogni preoccupazione o disagio in un modo per loro idoneo e sostenibile, per ridistribuire quindi potere e fiducia all’interno della relazione.”

Un augurio per il futuro?

Isabella Tenti e Elisa Vellani: “Abbiamo il potere e la responsabilità di costruire contesti di crescita e relazione sani, rispettosi e al riparo dalla violenza e ci impegnamo ogni giorno affinchè nei nostri progetti questo sia garantito.  Questo è il mondo che vogliamo, e oggi, più che mai ne abbiamo bisogno.”