Minorenni in carcere

Esperienze a confronto: percorsi possibili per le persone minorenni in carcere

Il carcere è devastante

Il carcere è devastante”
Sono queste parole che aprono il confronto con Mauro Cavicchioli, dell’Ass. Papa Giovanni XXIII, che da 40 anni è impegnato nel reinserimento in società di persone detenute con cui mettiamo in comune il nostro approccio e le nostre esperienze.

Mauro vive nella casa-famiglia che ha fondato con la moglie Norina, dove abitano persone con diverse esperienze complesse alle spalle, la maggior parte delle quali collegate all’area penale.
Precisa che il suo impegno in Italia è soprattutto con gli adulti, ma certamente “Le ferite delle persone detenute sono sempre tante, mettono ko. Aumentano in carcere, e questo vale per tutti”. “Anche se in Italia” continua, “il sistema delle carceri minorili ha un sistema molto più avanzato rispetto a quello per adulti”.
Ci racconta che, dalla sua esperienza,  l’elemento chiave per riuscire in questo tipo di intervento è imparare a costruire relazioni nuove in modo onesto. Mauro agisce questo aspetto attraverso un accompagnamento paterno, che permette di trovare quali sono le ferite profonde, per farle emergere e non lasciare che continuino a procurare dolore.

Lavoro di gruppo e sostegno della famiglia

Come EDI anche noi lavoriamo in carcere e ci rivolgiamo alle persone minorenni. Raccontiamo la nostra   esperienza, in particolare quella relativa all’introduzione alla pratica sportiva del rugby a Casal del Marmo. Nel nostro intervento la pratica sportiva è affiancata da educatori e psicologi che lavorano in costante raccordo con i servizi psico-educativi del carcere. Un aspetto che caratterizza il nostro intervento è che si svolge principalmente in gruppo e solo parzialmente con i singoli. 

Mauro Cavicchioli ci racconta della sua esperienza in Camerun dove segue l’aggancio di minorenni e adulti in area penale per accompagnarli prima in un inserimento in comunità e poi in un reinserimento sociale. Anche lì si lavora con i gruppi di persone che esprimono un iniziale intenzione ad andare a vivere in comunità, e attraverso momenti individuali. Aggiunge però che un aspetto fondamentale in questo percorso è il coinvolgimento della famiglia, che spesso è disposta a collaborare, proprio perché comprende che ci si sta prendendo cura del figlio. La sincerità nel raccontarsi e nella relazione è elemento su cui si posa tutto il percorso successivo, la base necessaria.

Purtroppo l’incontro con le famiglie nel nostro lavoro a Casal del Marmo non è possibile, in parte perché non ci sono famiglie di supporto alle spalle, in parte perché il sistema non consente ai team esterni all’Istituto penale il contatto con nessun famigliare. 

Un discorso diverso invece riguarda i minorenni in carico ai Servizi Sociali collegati al carcere (USSM), ossia quei ragazzi che, pur avendo commesso un reato, scontano la pena all’esterno, facendo attività sociali, educative e formative. La nostra esperienza con l’USSM di Palermo ci ha portato a conoscere le famiglie ed è stato possibile fare con loro un “patto” prima di iniziare i laboratori coi ragazzi. Le famiglie hanno potuto accompagnarci nel percorso e questo ha permesso di instaurare una relazione positiva.

Il lavoro con il territorio e la consapevolezza

Insieme a Mauro Cavicchioli ci interroghiamo sull’importanza che può avere l’incontro con il territorio. Siamo d’accordo sul fatto che le persone e le comunità devono essere sensibilizzate per aprirsi all’accoglienza delle persone che hanno avuto un trascorso penale, ed emerge quanto sia fondamentale, per quanto non facile, trovare occasioni per far conoscere e incontrare persone e gruppi con cui interagire positivamente, nel gioco e nello scambio insieme.

Le partite di rugby che organizziamo ciclicamente alla fine dei laboratori può essere ad esempio un’ottima occasione. Sono eventi che permettono ai ragazzi di sperimentare relazioni positive con persone nuove (competenza che servirà moltissimo una volta usciti), e alle persone esterne che entrano in carcere, permette di maturare la consapevolezza su quanto dolore ci sia dietro le sbarre. “La società non ha ancora capito come non sia possibile promuovere il bene facendo male” sottolinea Cavicchioli. 

E noi siamo profondamente d’accordo.

Costruire relazioni positive

Come EDI onlus nonostante le difficoltà nel finanziare questo tipo di intervento in carcere in maniera continuativa, siamo convinti, e lo vediamo ogni settimana nel volto dei ragazzi che incontriamo, che è indispensabile far stare meglio i ragazzi reclusi, in modo che abbiano possibilità di svilupparsi positivamente e non si sentano solamente costretti tra le mura, i cancelli e chiavistelli dell’Istituto Penale. Inoltre il Rugby può essere un’opportunità anche per il “dopo” ed è per questo che accompagniamo i ragazzi in uscita verso le squadre di rugby locali. 

Vorremmo prepararli a ritornare in società con più competenze, con la capacità di stare con altri e di conoscere nuove persone relazionandosi in modi nuovi. L’Associazione Papa Giovanni XXIII ha tanta esperienza nel reinserimento e Mauro Cavicchioli insieme alla sua famiglia ha dedicato la vita a questa missione, facendo un lavoro che cerca di andare alle radici delle questioni personali e familiari di ogni persona che viene accolta, perché vi sia la scelta di cambiare. 

Chiudiamo l’incontro con lui concordando su un punto chiave, che rinnova il nostro impegno sia nell’agire in carcere, sia nel tentare di portare fuori un messaggio fondamentale

c’è sempre da guadagnare nella relazione con persone che hanno sofferto molto e che hanno vissuto l’esperienza del carcere. All’inizio è una fatica, ma poi si impara insieme, ed è molto più quello che si riceve rispetto a quello che si dà. 

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