
Educare alla pace in tempo di conflitto
Come parlare di guerra e di pace con bambine, bambini e adolescenti?
È una domanda che oggi attraversa inevitabilmente chi svolge un lavoro educativo.
Le guerre entrano nelle nostre vite attraverso le immagini, le notizie, i social network e le conversazioni quotidiane. Le incontriamo ogni giorno, anche quando non scegliamo di parlarne. Non possiamo decidere se le persone giovani incontreranno questi temi. Possiamo però scegliere come accompagnarle nell’affrontarli.
Crediamo sia importante partire da una domanda ancora più radicale: siamo davvero educati a gestire i conflitti?
Il conflitto fa parte della vita. Esiste nelle relazioni, nei gruppi, nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità. Nasce dall’incontro tra bisogni, interessi, desideri e punti di vista differenti. Eppure, raramente impariamo a stare dentro il conflitto. Siamo spesso educati a evitarlo, oppure a risolverlo rapidamente cercando chi ha ragione e chi ha torto.
Ancora più raramente impariamo a distinguere il conflitto dalla violenza.
Il conflitto, infatti, non è necessariamente violenza. La violenza è una delle possibili risposte al conflitto, così come lo sono l’ascolto, la negoziazione, la cooperazione e la ricerca di una trasformazione. È proprio qui che la nonviolenza può diventare una prospettiva educativa concreta: non soltanto come rifiuto della violenza, ma come capacità di trasformare il conflitto senza trasformare l’altra persona in un nemico.
È una prospettiva che dialoga con il pensiero di Johan Galtung, con l’idea di pace positiva, con la nonviolenza di Gandhi, con la comunicazione nonviolenta di Marshall Rosenberg e con l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani: riferimenti diversi, ma accomunati dalla convinzione che la pace non sia soltanto una condizione da raggiungere, ma qualcosa che si costruisce attraverso le relazioni, la partecipazione, la responsabilità e la capacità di leggere e trasformare le situazioni di conflitto.
Per farlo servono strumenti.
E tra questi c’è una competenza che spesso diamo per scontata: la capacità di riconoscere e gestire ciò che proviamo.
Non siamo sempre educati ed educate a comprendere le nostre emozioni. Chiediamo a ragazze e ragazzi di gestire la rabbia, rispettare le altre persone, non reagire in modo aggressivo, affrontare i conflitti. Ma come possiamo chiedere di gestire qualcosa che non abbiamo imparato a riconoscere?
L’alfabetizzazione emotiva diventa così parte integrante dell’educazione alla pace. Imparare a riconoscere un’emozione, comprenderne il significato, comunicarla e ascoltare quella dell’altra persona significa costruire le prime condizioni per una relazione nonviolenta.
Per questo, nel lavoro educativo, la pace non può essere soltanto un tema da affrontare in occasione del 21 settembre, né un insieme di valori astratti da trasmettere alle persone giovani.
È una competenza che si costruisce nelle relazioni quotidiane e attraverso metodologie partecipative, esperienze concrete e spazi nei quali poter esprimere il proprio punto di vista, confrontarsi, sperimentare il dissenso e cercare insieme soluzioni.
È questo il senso del lavoro nei gruppi, nelle scuole e nelle comunità: non limitarsi a parlare di pace, ma creare contesti nei quali ragazze, ragazzi e persone adulte possano sperimentare concretamente partecipazione, ascolto, cooperazione e gestione nonviolenta dei conflitti.
I laboratori di peer education per la mediazione tra pari e la gestione dei conflitti che EDI ha realizzato recentemente a Palermo nell’ambito del Progetto “Orizzonti in gioco” sono partiti proprio da questa prospettiva, per avvicinare i temi della guerra e della pace attraverso il corpo, le relazioni, le emozioni e i conflitti che ogni gruppo sperimenta nella propria quotidianità.
“Un elemento interessante emerso nei laboratori è stato vedere come, partendo da piccoli conflitti quotidiani, il confronto sulle emozioni e sui diversi punti di vista abbia progressivamente spostato il gruppo dalla ricerca di “chi ha ragione” alla domanda su “cosa succede” tra le persone e quali bisogni stanno dietro i comportamenti”
Partire dai piccoli e quotidiani conflitti non significa ridimensionare la complessità delle guerre che attraversano il mondo. Significa provare a costruire le competenze necessarie per comprenderle. Significa anche aiutare le persone giovani a non sentirsi semplicemente spettatrici di ciò che accade, ma persone capaci di interrogarsi, partecipare e contribuire alla trasformazione della realtà.
Educare alla pace significa allora anche educare alla capacità di stare nel conflitto. Non possiamo promettere alle persone giovani un futuro senza conflitti. Possiamo però costruire insieme a loro gli strumenti per affrontarli: pensiero critico, alfabetizzazione emotiva, ascolto, empatia, cooperazione, partecipazione e gestione nonviolenta dei conflitti. Educare alla pace significa costruire persone capaci di praticarla: riconoscere la propria rabbia senza trasformarla in violenza, ascoltare una posizione diversa senza percepirla come una minaccia, affrontare un conflitto cercando una trasformazione e non una vittoria.
La pace, allora, non è solo assenza della guerra. Per EDI la pace è anche la capacità di costruire relazioni nelle quali la differenza possa esistere senza diventare esclusione, il conflitto senza diventare violenza e il potere senza trasformarsi in sopraffazione.
È una pratica quotidiana. Ed è anche una responsabilità educativa.
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